Microplastiche: la ricerca del Tecnopolo di Rimini sulle nuove frontiere ambientali

Microplastiche: la ricerca del Tecnopolo di Rimini sulle nuove frontiere ambientali

Le sfide per la sostenibilità passano dalla ricerca su temi complessi, ancora lontani dalle grandi ribalte mediatiche ma cruciali per il futuro. Come, ad esempio quella sulle microplastiche. Ricerca per la quale Rimini, con il Tecnopolo, è uno dei riferimenti grazie anche all’integrazione e la trasversalità tra diverse discipline, punto di forza dell’attività del Tecnopolo e dei CIRI, i Centri Interdisciplinari di Ricerca che ospita: CIRI MAM (Meccanica Avanzata e dei Materiali) e CIRI FRAME (Fonti Rinnovabili, Ambiente, Mare ed Energia).

E come testimonia l’esperienza del professor Daniele Fabbri, referente dei CIRI riminesi: “La mia disciplina di riferimento al Dipartimento di Chimica dell’Università di Bologna, presso cui afferisco, è la Chimica Analitica, la scienza che si occupa di conoscere la composizione delle cose. Una scienza trasversale a molti ambiti, tra cui le scienze dell’ambiente, di cui mi occupo da quando è cominciata la mia carriera universitaria nella sede di Ravenna, e le scienze della cosmesi, il mio interesse attuale con la presa di servizio al Campus di Rimini”.

il professor Daniele Fabbri

A questo si affianca appunto l’incarico di referente dei CIRI al Tecnopolo di Rimini, struttura della quale è stato uno dei primi protagonisti. Una collaborazione nata con un progetto nell’ambito dell’agricoltura.

“La mia collaborazione e quella del mio gruppo di ricerca, il “Pyroteam”, con il Tecnopolo di Rimini è iniziata alcuni anni fa con il gruppo del Professor Ivano Vassura nell’ambito dei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Emilia Romagna. Questi progetti, tuttora in corso, riguardano lo studio del biochar come potente ammendante in agricoltura. Il biochar è una specie di carbone vegetale ottenuto dalla pirolisi della biomassa qualificato per migliorare le proprietà del terreno. Noi lo studiamo soprattutto come strumento per ridurre le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale grazie alla sua capacità di sequestrare il carbonio nei suoli”.

Fino ad arrivare, oggi, a un altro campo importante di ricerca che è appunto quello delle microplastiche. Un tema che dall’ambito degli addetti ai lavori sta cominciando a farsi strada anche nell’opinione pubblica. Molte testate proprio in questi giorni hanno riportato la notizia dell’avvio di uno studio preliminare inglese su tracce di microplastiche ritrovate a oltre ottomila metri sull’Everest, probabile resto di qualche missione, alzando così la quota del rilevamento di questi elementi già rinvenuti anche a grandi profondità marine e confermandone la diffusione ormai ubiqua.

“Le microplastiche sono particelle di dimensioni piccolissime, anche di molto inferiori al millimetro – spiega il professor Fabbri – derivate soprattutto dalla degradazione di rifiuti in plastica finiti incidentalmente o consapevolmente nell’ambiente, e in misura minore rilasciati direttamente da prodotti di uso comune che li contengono come additivi. Le microplastiche sono state trovate ovunque, nei fiumi, nei mari, nell’aria e in luoghi remoti come i ghiacciai. Una presenza così diffusa e con una previsione di crescita, desta preoccupazioni per i possibili effetti negativi sugli ecosistemi e la salute umana”.

Un tema complesso che va affrontato da subito: “L’entità reale dei rischi è ancora in fase di studio, ma per arrivare ad una conoscenza approfondita dell’impatto delle microplastiche è essenziale avere a disposizione strumenti adeguati per identificarle e determinarne la quantità.

Questo è l’obiettivo delle ricerche condotte al Tecnopolo: sviluppare un metodo di analisi chimica affidabile per misurare la presenza di microplastiche nelle matrici di interesse, come i prodotti ittici o i fanghi di trattamento delle acque. Il metodo deve sapere identificare il tipo di plastica di cui sono fatte le particelle, e determinarne la quantità, impresa complessa perché le concentrazioni di microplastiche in ambiente sono molto basse”.

Un progetto che coinvolge professionalità diverse e strumentazioni all’avanguardia.

Al Tecnopolo di Rimini abbiamo creato un’unità di ricerca sull’analisi delle microplastiche che comprende giovani ricercatrici, una dottoranda ed una assegnista di ricerca post-doc, e si avvale di tecniche avanzate come la pirolisi-gas cromatografia-spettrometria di massa. Avere a disposizione metodi adeguati di analisi delle microplastiche è essenziale per raccogliere dati utili per chiarire quale sia il rischio ambientale e sanitario di questi contaminanti emergenti”.

il Tecnopolo

Allo stadio attuale, fondamentale è anche il lavoro di rete: “Al momento non esistono metodi di analisi standardizzati e riconosciuti univocamente dalla comunità scientifica. Di fatto su questo tema la nostra unità è in contatto con gruppi di ricerca italiani ed europei nella messa a punto di metodi di analisi affidabili e condivisi“.

L’economia che ripartirà dopo il covid, si spera in tempi brevi, ha sempre più bisogno di percorsi verso la sostenibilità che vedano un cammino condiviso tra ricerca, imprese ed enti pubblici. E questa attività può avere rilevanti ricadute, anche nel breve e medio termine: “Una delle possibili ricadute dei risultati delle nostre ricerche è quella di mettere a disposizione protocolli di analisi di plastiche ai soggetti interessati (aziende, enti ed associazioni) in determinati contesti quali la gestione dei rifiuti, il trattamento delle acque, il riciclo e la tutela dell’ambiente. In aggiunta al settore delle plastiche convenzionali, i nostri servizi possono inoltre estendersi a quelli in rapida crescita delle bioplastiche e delle plastiche biodegradabili. L’evoluzione della normativa riguardante le plastiche e microplastiche richiede lo sviluppo di nuove strategie di gestione, rinnovamento e realizzazione di alternative. Queste necessità rappresentano anche un’occasione di impulso per la transizione verso un’economia circolare sempre più sostenuta dalle politiche e dai piani di finanziamento nazionali ed europei. In questo scenario di numerose difficoltà ed altrettante opportunità – conclude il professor Fabbri – la ricerca scientifica svolge un ruolo fondamentale nella creazione di nuove conoscenze e della loro condivisione con il settore pubblico e privato nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile”.

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